Dopo la mia prima esperienza da maratoneta nella gara di RomaCapitale del 20/11/1988, dove ho impiegato il tempo di tre ore e diciannove minuti, ho deciso di riprovarci e, durante tutto l’inverno, ho sostenuto una solida preparazione per ben figurare alla maratona di Bologna prevista per il 14 maggio 1989.
Io e i miei amici Andrea Castelluccio, Michele Delfino, Salvatore Martire, Mario Mormando e Filippo Verde abbiamo iniziato la preparazione tre mesi prima della gara fatidica e abbiamo partecipato nell’attesa alle gare podistiche che si svolgevano nella nostra regione.
Ancora oggi conservo un particolare ricordo della mia partecipazione e di tutta la società alla gara podistica dell’ora su pista svoltasi a Bernalda l’otto maggio 1989. In questa gara gli atleti corrono per un’ora intera sulla pista fino a quando i giudici di gara non mettono fine alla gara con un colpo di pistola. In quest’occasione ho fatto una bellissima gara in progressione come dimostrano anche le foto che l’atleta Giovanni De Paola, infortunato, mi fece. Infatti, sono riuscito a superare tutti gli atleti del mio gruppetto e ho totalizzato in sessanta minuti di corsa 15 chilometri e duecento metri. In pratica, andavo alla velocità oraria di oltre 15 chilometri. Vorrei ancora ricordare che il 7 maggio, sempre con i miei amici, ho fatto il test della mezza maratona nella zona di Marone. È stata una prova bellissima perché sono riuscito a terminare il test nel tempo di 1h e 21’. Ciò mi lasciava prevedere una proiezione del tempo finale per la maratona di circa 2:50’ o 2:55’. Ma, volendo essere eccessivamente prudente, ho preparato una tabella per terminare la gara nel tempo di circa tre ore.
Prima della partenza nei pressi delle due torri bolognesi, in via….., quattromila piedi scalpitavano, altrettante braccia si agitavano e tanti atleti, circa duemila, saltellavano sul posto. Le voci che si sentivano erano indistinte, come un brusio inconfondibile. Nell’aria fresca del mattino c’era un odore d’ olio canforato, di Sifcamina e di sudore. Molti facevano streecting nelle stradine adiacenti, molti gomiti si toccavano, tanti cuori battevano forte, come quello del mio amico Mario, esordiente sulla distanza.
Alle nove in punto un colpo di pistola ha fatto finire le paure, i sogni e le incertezze e ha dato il via alla grande fatica. Con noi c’era anche il nostro amico e sostenitore Salvatore Mastrangelo, che ci aveva ospitato a casa sua e ci sosteneva psicologicamente. Ricordo che il più contento degli atleti era il prof. Martire da Tursi, forse perché si sentiva di aver contribuito in maniera decisiva a quella spedizione sportiva di ben sei atleti tursitani.
Prima della partenza, mi sono spostato un po’ più avanti proprio per correre da solo, senza essere condizionato dagli altri, temevo, infatti, che il mio amico Mario mi condizionasse la gara, cosa, che poi , puntualmente, si verificò. All’inizio della gara cerco di tenere un’andatura molto regolare: al 5° Km passo nel tempo di 21’, 30”; al 10°km nel tempo di 43’; al 15°km in 1h e 4’,30” e a metà gara, cioè al 21°Km, il mio cronometro segnava: 1h e 32’, un tempo bellissimo. Ho pensato che questo passaggio mi avrebbe consentito una proiezione finale di circa tre ore e cinque minuti circa. Correvo tranquillo e sereno secondo la mia tabella, quando Mario mi ha raggiunto al 13° km. Mentre stavo chiacchierando con una bella ragazza bruna della mia stessa statura, mi sono sentito toccare la spalla sinistra, mi sono girato: era Mario che mi ha proposto di proseguire la gara insieme lui. Io, per non fare una scortesia, ho accettato e da quel momento abbiamo proseguito insieme. Io non mi rendevo conto che l’andatura stava aumentando notevolmente soprattutto su cavalcavia. Alcuni riscontri cronometri mi confermavano che la velocità era notevolmente aumentata: 4’,17” ,4’,15” e 4’,13”. Quando siamo arrivati al 25° chilometro nel tempo di 109 minuti, avvertivo già un po’ di pesantezza alle gambe, anche se lì per lì non ci ho dato tanta importanza. Subito dopo però gli ho detto: “Mario, non pensare a me. Se vuoi andare, vai io non ti fermerò. Appena possibile ti raggiungerò”.
Entrai in piena crisi al 28° Km, quando eravamo in aperta campagna alla periferia della città, su un rettilineo molto lungo e faticoso, e il mio cronometro segnava 2h e 01’, un tempo eccezionale per me. Dopo poco tempo, vedevo già molto lontano un puntino rosso: era il mio amico Mario con la sua canotta rossa che si allontanava progressivamente e non l’avrei più raggiunto fino al traguardo.
All’improvviso mi faceva male la milza, il fegato, la schiena, le gambe, i muscoli e respiravo a fatica, volevo correre ma non ne avevo la forza e l’andatura si riduceva automaticamente. Ricordo anche che ho cominciato a pensare: “Perché sono qui? chi me l’ha fatta fare a sopportare una simile sofferenza?”. Erano queste le domande che mi ponevo nei pochi barlumi di lucidità che mi restavano. Mi accorgo che il cervello cominciava ad essere tormentato dal rimorso: di quello che avrei potuto fare e non ho fatto.
Oltre ai problemi fisici, avevo altri pensieri di natura famigliare. Pensavo, infatti, a mio figlio Vito che si era sentito male il giorno della partenza per Bologna e l’ho avevo ricoverato all’ ospedale di Policoro e aveva subito un piccolo intervento. Pensavo ad un padre che, con una buona dose di incoscienza e irresponsabilità, aveva comunque preferito partire per partecipare alla maratona. A quel punto il mio cervello mi diceva continuamente: “Ora quasi quasi mi ritiro”. Ma la volontà di finire la gara era ancora grande. Dopo il trentesimo km, sono stato raggiunto da quella bella bruna del 13° km, di cui non ricordo il nome, che aveva un’andatura che a prima vista mi pareva molto lenta. A quel punto mi sono detto tra me e me: “Mettiti sulle orme della ragazza e cerca di tenere la stessa andatura fino alla fine della gara”. Detto fatto, e forse vi sembrerà strano e non ci crederete, ma dopo nemmeno 100 metri non sono stato in grado di mantenere quell’andatura, tanto che ero cotto.
Da quell’istante sono sprofondato in una crisi totale che riuscivo a stento a connettere. Il mio cronometro a questo punto ha segnato un km in 11 minuti e un altro in 12’, cioè ho impiegato 23’ per due km. Ero in una situazione di totale incoscienza, mi sono fermato più volte perché avevo male alle gambe e, altrettante volte, ho ripreso a correre con una velocità simile a quella della tartaruga e non mi vergogno a dirlo. A un certo punto non sapevo dov’ero e a quale km della gara mi trovavo. Nonostante questa continua e tormentata sfida con me stesso, benché i miei muscoli fossero una fabbrica di acido lattico, cercavo disperatamente di essere presente a me stesso, ma spesso non ci riuscivo.
In questo stato mi ha visto l’amico Salvatore Mastrangelo. Io mi affannavo a spiegargli la situazione di dolore che avvertivo, ma Salvatore, il bolognese, ha capito subito che ero cotto e mi ha detto in tono categorico: “Non parlare, non salire sui marciapiedi, fatti fare dei massaggi e cerca di bere al prossimo rifornimento”. Io da buon allievo ho preso alla lettera il suo consiglio e sono entrato in una ruolette dove c’erano 4 bellissime ragazze. Senza dire una parola, mi sono sdraiato su un lettino e aspettavo che mi facessero i massaggi. Ma dopo qualche secondo ho notato che le ragazze si guardavano tra loro un po’ meravigliate, allora io ho chiesto espressamente un massaggio. Le ragazze in coro mi hanno comunicato che lì dovevano sdraiarsi soltanto gli atleti infortunati seriamente. Mi hanno congedato, offrendomi un bicchiere d’acqua fresca e così, senza un adeguato massaggio fatto da mani competenti, ho dovuto, come si dice “ob torto collo”, riprendere la corsa.
A 4 km dal traguardo la gara è cambiata un pochino. Al 38° km, infatti, ho incontrato un vecchietto con una bandierina rossa in mano che ripeteva ad ogni atleta che passava da quel punto del percorso: “Trentottesimo, ma non per tutti”. Da questa frase ho capito che il traguardo non era lontano. Subito dopo una curva a sinistra, c’era un plesso scolastico con un posto per lo spugnaggio. Io mi sono fermato e mi sono massaggiato i muscoli con una spugna bagnata e, visto che avevo molto caldo, ho fatto di più, ho infilato la testa in un contenitore pieno d’acqua. Il ragazzo dello spugnaggio mi ha detto che mi avrebbe fatto male, ma io ho replicato: “Peggio di così, non posso stare”. Riparto e vedo il cartello del 39° km, e mi dico mancano soltanto 3000 metri. Continuo a correre piano piano. Ora mancano soltanto due km all’arrivo. Mi domando quanto sono lunghi due chilometri, a questo punto comincio a contare i passi, i metri e le falcate,1900, 1800, 1700,1600. Mi sforzo di correre nel migliore dei modi sulla linea azzurra di massima economia. 1 km alla fine di questo calvario e sento che il traguardo è vicino ed ho l’impressione che tutta la sofferenza sia svanita nel nulla, non sento più il dolore alle gambe, né la fatica dei 42000 metri. Scorgo il cartello del 42 km, mancano ancora soltanto 195 metri, quando mi ricompongo e faccio un leggero allungo che mi porta sulla linea d’arrivo.
Taglio il traguardo, posto nei pressi delle due torri, nel tempo di tre ore e trenta muniti circa e comunque arrivo secondo dei tursitani. Infatti, Mario Mormando, 11 anni più giovane di me, ha fatto fermare il suo cronometro nel tempo di 3:06’. Tempo dopo ho saputo poi che era stato immortalato da una foto pubblicata sulla rivista “Correre” con la dicitura: “Colta al volo”. Infatti, nella foto si vede Mario, con un bicchiere di plastica in mano, mentre beve ad un posto di ristoro, forse al 15° km. Poi sono arrivati nell’ordine tutti i miei amici: Andrea Castelluccio, che ha fatto gara a sé, nel tempo di 3: 45’, Verde Filippo, che ha fatto anche lo sprint, forse per onorare la presenza della famiglia sul traguardo, nel tempo di 4:30’ e Michele Delfino, che in vista del traguardo invece di gioire si è innervosito per lo sprint di Filippo, nel tempo di 4:30’05”. Infine Salvatore Martire (che alla partenza aveva preferito chiudere i cancelli per avere il primato di essere partito per ultimo, come ha dimostrato la ripresa televisiva dell’epoca), grande anima dello sport tursitano, che al 40° km, dopo aver letteralmente portato, si fa per dire, mano a mano per 40000 metri Filippo e Michele, ha preferito fare una sosta abbastanza lunga, mangiando una dozzina di mele e bevendo un paio di litri di thè. Poi comodamente ha tagliato il traguardo nel tempo di 4:39’. La sua dichiarazione all’arrivo è stata: “Anche questa è fatta. Questa esperienza è stata molto dura per me, perché ha messo alla prova il fisico e la psiche. Scusate, ma ora mi devo occupare di un bel piatto di fettuccine alla bolognese. Credo di essermelo meritato”.

Salvatore Gravino

1 commento su “Maratona di Bologna 14 maggio 1989”

  1. Michele Delfino

    Commentare l’esperienza di Bologna? Diciamo che Filippo Verde ha tagliato il traguardo con il ginocchio, anticipandomi di pochissimi centimetri! La presenza di sua moglie lo galvanizzò tanto che lo favorì. Naturalmente, dopo quella mia prima esperienza, il carissimo amico Filippo l’ho sempre seminato (diciamo che che gli consentivo di leggere la targa a distanza!), sia nei percorsi brevi che nei lunghi. Bei ricordi amici!!!!!!!!!!!!!

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