La maratona di Romacapitale del 20 novembre 1988

Con il vostro permesso, vorrei parlarvi della prima maratona “fatta in casa” quella di “Romacapitale” del 20 novembre 1988, a cui ho partecipato, dopo una sufficiente preparazione di tre allenamenti settimanali insieme ai miei amici Salvatore Martire e Andrea Castelluccio. Ogni domenica mattina prima di fare il lungo (una seduta di allenamento dai trenta fino ai trentotto km) ero costretto, come un rituale, ad andare dal prof. Martire e bussare energicamente al portone della casa paterna, in via Roma n. 81. Poi in macchina andavo nel rione Europa a prendere l’amico Andrea Castelluccio e così ritornavamo a prendere il prof. Martire, che per la verità non era quasi mai pronto. Si sa che lui, il professore di matematica, ha bisogno dei suoi tempi lunghi e a misura d’uomo.

In pratica, dovevamo svegliarlo. Si, avete capito proprio bene: dovevamo sbrandarlo letteralmente per portalo con noi nella zona di Marone, dove ci attendeva un circuito tutto pianeggiante da percorrere, che nei giorni precedenti avevamo scelto insieme. Il giorno prima però il prof. Martire da Tursi, come ama definirsi, si prendeva la briga di andare a misurare il percorso e ogni 5 km depositava una bottiglia di acqua per poter bere all’indomani, quando saremmo passati da quel punto del percorso. Le sedute erano molto lunghe e faticose e ricordo che, a volte, il Prof. Martire alla fine dell’allenamento, soprattutto quando si percorrevano 38 km, non riusciva nemmeno ad entrare nella sua macchina per far ritorno a casa. E bisogna dire, per amor di verità, che in questa difficoltà non era il solo. Dopo una discreta preparazione, il giorno 19/11/1988 siamo partiti con la mia uno bianca alla volta di Roma. Pernottammo nel lussuoso hotel Ritz, la mattina seguente, alle ore 8.00, siamo stati portati dal pullman nei pressi del Colosseo, luogo della partenza.

Durante le fasi del warmup (riscaldamento), all’improvviso ho perso di vista il prof. e allora mi sono rivolto al mio amico Andrea che non mi ha saputo o voluto dare spiegazioni. A un certo punto, mentre la banda intonava le note del nostro inno nazionale, io mi sono girato e ho visto il prof. che si stava togliendo la tuta ed ho notato il suo di pettorale: era il numero 1235.

Ho scoperto poi che Martire era alla ricerca di una raccomandazione divina: cercava una chiesa o forse un altro luogo per soddisfare bisogni di tutt’altra natura. Anche questo succede durante una gara di maratona che dura mediamente circa 4 ore per gli amatori della corsa che se la prendono comoda. E Salvatore, il prof., è uno di quelli che se la prende comoda. Allora, nel periodo della preparazione alla maratona di Romacapitale, io lo prendevo in giro e gli dicevo: “tu non hai mai corso. Ora mi devi dimostrare di essere un atleta, di aver portato per un km la fiaccola olimpica e di essere un vero maratoneta”.

La partenza era prevista per le ore 9.00 e il giornalista sportivo di Rai Due Gianfranco De Laurentis era lo speaker della manifestazione. Io avevo un po’ di paura per la gara ed ero anche un po’ preoccupato, ma mia moglie, che mi aveva accompagnato, mi rassicurò dicendomi: “di cosa ti preoccupi? Ti sei allenato abbastanza. Stai tranquillo, non cercare di strafare e vedrai che farai una bellissima gara”. Furono parole sante.

È risaputo che tutti gli atleti che partecipano alla gara di maratona devono rispettare una tabella personale delle andature da tenere in tutta la gara. Io, infatti, dovevo seguire la mia tabella cronometrica (10km = 50′; 20km = 1:40′; 30km = 2:30′; 40km 3: 13; 42,195km=3: 25′), che mi avrebbe consentito di realizzare un tempo di maratona inferiore alle tre ore e mezza.

Ho incominciato a correre con molta tranquillità, direi quasi in scioltezza, cercando di mantenere l’andatura prevista dalla tabella. Così ho fatto una gara regolare per i primi 25 km. Poi, pian piano, sono andato avanti fino al 30 km. Dal trentunesimo ho iniziato una leggera progressione che ho portato fino al traguardo.

Al 35° km ho raggiunto un signore magrolino, sessantacinquenne, della mia stessa altezza che avevo conosciuto alla partenza. Egli mi aveva confidato che veniva da Pescara, che si chiamava Vincenzo e che aveva partecipato a tantissime gare di maratona e anche alla 100 km del Passatore Firenze-Faenza. Dopo aver scambiato con lui alcune battute, ho subito capito che la sua andatura era leggermente meno veloce della mia. Allora l’ho salutato e sono andato avanti verso il traguardo lungo la via Appia antica e lì ho visto molti atleti che si erano fermati, perché erano in difficoltà. Per farla breve, vi dico che ho tagliato il traguardo nel tempo di tre ore e diciannove minuti e cinquanta secondi, evitando un forte acquazzone, che si è abbattuto sulla città eterna, pochi minuti dopo il mio arrivo allo stadio delle Terme di Caracalla.

Ricordo di aver fatto la seconda parte della gara, cioè ventuno km (dal ventunesimo al quarantaduesimo), più veloce della prima metà e da questo dato e dalla sensazione di freschezza, ho capito di aver fatto una gara perfetta. Infatti, ho gestito al meglio tutte le mie energie e non sono andato in crisi, perché nella maratona le crisi sono dietro l’angolo, soprattutto dopo il 30° km, quando finisce il “carburante”. Non potete immaginare le belle e indescrivibili sensazioni che ho provato, quando ho visto il cartello: 42° km. Ero felice perché mi sentivo bene e poi anche perché mancavano soltanto 195 metri all’arrivo.

È stata una cosa indescrivibile, mi sentivo forte, invincibile, potente. All’arrivo dopo essermi ristorato e salutato mia moglie Carmela, ho atteso sulla linea del traguardo i miei due amici: il Prof. e Andrea che, per la verità, tardavano.

Circa venticinque minuti dopo, ho visto entrare nella pista dello stadio delle Terme di Caracalla il mio amico Salvatore Martire. Il suo passo era stanco, ma non appesantito, nonostante avesse subito anche la pioggia romana. Io lo stavo aspettando, dopo la linea del traguardo. Avevo in mano il suo impermeabile giallo per coprirlo, non appena avesse tagliato il traguardo. Il prof. Martire, appena ha tagliato il traguardo, invece di andare avanti verso gli spogliatoi, è ritornato indietro una decina di metri, dove c’era la postazione dei giudici di gara che registravano i pettorali dei concorrenti che ultimavano la gara.

La scena era diventata abbastanza comica e divertente, perché io volevo coprirlo e lui che continuava a correre verso i giudici. Arrivato davanti al loro tavolo, il prof. ha detto in tono serio: “Avete segnato questo numero di pettorale, perché mi è costato fatica, cioè 42.195 metri di gara, Mi raccomando, non fate scherzi!” I giudici hanno sorriso e solo allora io sono riuscito nel mio intento di coprirlo. Andrea, invece, è arrivato tutto inzuppato di pioggia e ha fatto fermare i cronometri dopo 4 ore e cinque minuti di corsa.

Perché allora questa gara, la leggendaria maratona, bisogna prenderla sul serio? Perché è una gara molto lunga e stressante, se non si è preparati adeguatamente non bisogna farla altrimenti diventa un calvario di sofferenza. Del resto, un atleta che partecipa ad una gara di km 42,195 non lotta contro gli altri atleti, nemmeno contro il tempo, ma si batte contro se stesso, perché cerca di migliorare i propri limiti agonistici, senza farne una questione di vita o di morte.

Salvatore Gravino

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